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  • Writer's pictureFabrizio Pressi

L'abbandono nelle mani del massaggiatore

Questo scritto per provare a spiegare cosa significa fare un massaggio rilassante, qualunque esso sia. Parliamo di consapevolezza, di centratura, di attenzione e presenza. È una cosa difficile da affrontare e non neghiamolo: forse è la cosa più complessa che nel nostro lavoro si debba imparare a fare quando (soprattutto quando) si lavora con massaggi avanzati. È un mantra: centratura, precontratto, contatto. Prende forma e si cristallizza nella più complessa centratura. Unico e grande scoglio che ci porta a svuotarci, a sentirci privati delle energie per poter affrontare un altro massaggio. A volte anche solo a riuscire a terminare quello che stiamo facendo. Il segreto è avere la mente libera. Non agganciata ai pensieri. È il segreto della meditazione. Che non vuol dire non pensare a nulla. Significa centrarsi sul respiro. Entra ed esce. Significa non attaccarsi al pensiero, farlo fluire. Si pensa una cosa, si lascia andare. Si sente un'emozione, si vive e si passa oltre. Significa non pensare alla tecnica, si fa questo e dopo questo. Come quando si cammina: non si sta a pensare: faccio il passo destro, sbilancio, faccio il passo sinistro, sbilancio...ma ci si guarda attorno. Quando si fa l'amore, quando ci si allaccia le scarpe. Non si pensa a cosa si sta facendo. La si fa. Tocchi un corpo, lo senti teso, poi in altri punti rilassato. Non pensare al risultato, fallo. Sii il massaggio, non fare il massaggio. Respira: butta dentro, piano, butta fuori, di nuovo dentro. Passa oltre. Si pensa una cosa, la si lascia andare, si pensa la successiva. Se ci si sofferma, se ci si aggrappa a quel pensiero, a quell'emozione la si porta dietro. Diventa fardello via via sempre più pesante. C'è una massima buddista, una parabola che racconta più o meno questa storia: un monaco ed il suo discepolo scendono al fiume ed incontrano lungo il loro cammino una vecchietta che quel fiume, come loro, lei deve attraversare. Il monaco si presta per aiutarla e la prende in spalle per guadare il fiume. La vecchietta è scorbutica, con tutti ed anche con il monaco che l'aiuta, lamentandosi tutto il tempo sia che nessuno l'aiuta e poi del fatto che si bagna ecc. Beh il monaco ed il suo discepolo passano oltre e poi vanno via. Dopo qualche tempo il discepolo dice al maestro: maestro quella vecchietta era scorbutica ed insolente, dimmi perché l'hai aiutata? Il maestro allora gli risponde: hai ragione, quella signora era antipatica ed insolente ma aveva bisogno di aiuto. Io dopo aver attraversato il fiume l'ho lasciata dall'altra sponda. Perché tu te la porti ancora dietro? Ecco, i nostri pensieri dovrebbero essere le nostre vecchiette: a volte dolci, spesso no. Trasportarle dove serve e poi lasciarle, bisogna fare così. Durante il massaggio: un respiro dopo l'altro. Si butta dentro, che sia nero o bianco, si butta fuori qualunque sia il suo colore. Il corpo è morbido, in alcuni punti rigido, poi diventa morbido. Durante il massaggio siamo il corpo, il corpo non c'è più, siamo due respiri. Siamo adesso un respiro solo: a volte è il ricevente al quale ci si accorda. Si riesce con il tempo a far accordare il suo respiro con il proprio. Un respiro, una cosa sola. Siamo due in quella stanza: solo due. SI chiudono gli occhi. SI respira: dentro e fuori. Solo quello. Non c'è postura, non c'è contatto. C'è respiro e presenza. Ci siamo noi senza corpo. Non c'è più nessuno. Quella domanda in fondo è un koan. Quanti siamo in questa stanza? Due? Uno? Nessuno? C'è risposta? E quella risposta è vera? Si respira e si passa oltre. Ogni momento è l'unico momento. Si danza quel respiro. Finché non finisce. E poi: grazie. Perché i riti aiutano. E un passo oltre. Altra danza.

A presto Fabrizio ed Alessia




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